L’essere umano del futuro: quale civiltà vogliamo costruire?
Quarto e ultimo saggio della miniserie “L’essere umano nel tempo”
Siamo arrivati all’ultima tappa del nostro percorso.
Nel primo saggio abbiamo guardato al passato, cercando di comprendere da dove proviene l’essere umano e attraverso quali trasformazioni sia arrivato fino al presente.
Nel secondo abbiamo osservato l’uomo contemporaneo, immerso in una società sempre più veloce, connessa e tecnologicamente avanzata, ma ancora alla ricerca di una relazione autentica.
Nel terzo abbiamo riflettuto sul modo in cui la relazione può oltrepassare la dimensione individuale e diventare cultura condivisa.
Ora lo sguardo si sposta in avanti.
La domanda diventa inevitabile:
quale essere umano entrerà nel futuro?
E, soprattutto:
quale civiltà vogliamo costruire?
Il futuro non è soltanto ciò che verrà
Quando parliamo di futuro, siamo spesso portati a immaginare ciò che ancora non esiste.
Nuove tecnologie.
Nuove macchine.
Nuove forme di comunicazione.
Nuove possibilità della medicina.
Nuovi strumenti capaci di modificare il modo in cui lavoriamo, apprendiamo e viviamo.
Ma il futuro non è soltanto qualcosa che ci aspetta.
Il futuro comincia nel presente.
Ogni innovazione nasce da una scelta umana.
Ogni tecnologia viene progettata per rispondere a un bisogno, a un desiderio o a un obiettivo.
Ogni strumento può essere utilizzato in modi differenti.
Per questo il futuro non dipende soltanto da ciò che saremo capaci di inventare.
Dipende anche da come sceglieremo di utilizzare ciò che avremo inventato.
Una nuova stagione della tecnologia
L’intelligenza artificiale rappresenta una delle trasformazioni più significative del nostro tempo.
Sistemi capaci di elaborare grandi quantità di informazioni, produrre contenuti, assistere le persone in numerose attività e interagire attraverso il linguaggio stanno entrando progressivamente nella vita quotidiana.
È una trasformazione destinata a porre domande importanti.
Che cosa significa lavorare quando alcune attività possono essere automatizzate?
Che cosa significa apprendere quando una parte della conoscenza è immediatamente accessibile?
Che cosa significa creare quando strumenti tecnologici possono partecipare alla produzione di testi, immagini, musica e altre forme espressive?
E, soprattutto:
che cosa rimane propriamente umano?
La domanda non nasce dalla paura della tecnologia.
Nasce dalla necessità di comprenderne il significato.
Ciò che una macchina può fare e ciò che una persona può essere
Una macchina può elaborare informazioni.
Può riconoscere schemi.
Può produrre una risposta.
Può assistere una persona nello svolgimento di un compito.
Ma l’essere umano non è soltanto ciò che sa fare.
È anche ciò che vive.
È la memoria delle proprie esperienze.
È il rapporto con gli altri.
È la capacità di attribuire significato agli eventi.
È la responsabilità delle proprie decisioni.
È la possibilità di provare sentimenti e di trasformare quei sentimenti in relazione.
Per questo il progresso tecnologico non rende meno importante l’essere umano.
Può, al contrario, renderne ancora più evidente la dimensione relazionale.
Quanto più alcune funzioni potranno essere affidate alle macchine, tanto più potremmo essere chiamati a comprendere quali aspetti della nostra esperienza non possono essere ridotti alla semplice efficienza.
Il valore della lentezza
Il futuro potrebbe essere ancora più veloce del presente.
Ma non tutto ciò che è importante può essere accelerato.
La fiducia ha bisogno di tempo.
La conoscenza reciproca ha bisogno di tempo.
La cura ha bisogno di tempo.
Il perdono ha bisogno di tempo.
La costruzione di una comunità ha bisogno di tempo.
In un mondo nel quale la tecnologia tende a ridurre continuamente i tempi di risposta, potrebbe diventare prezioso anche il diritto alla lentezza.
Non una lentezza intesa come rifiuto del progresso.
Ma come capacità di riconoscere che alcune dimensioni dell’esistenza umana non possono essere misurate soltanto attraverso la velocità.
Il rischio di confondere efficienza e progresso
Una società può diventare più efficiente senza diventare necessariamente più umana.
Può produrre più rapidamente.
Comunicare più velocemente.
Automatizzare un numero crescente di attività.
Ridurre i tempi.
Aumentare le possibilità.
Ma la domanda sul progresso rimane.
Più efficiente per fare cosa?
Più veloce verso quale direzione?
Più potente a vantaggio di chi?
Sono domande che riportano la tecnologia dentro la dimensione della responsabilità.
Perché ogni forma di progresso acquista un significato diverso a seconda dell’idea di essere umano che la accompagna.
Dalla possibilità alla responsabilità
Per molto tempo l’umanità ha cercato soprattutto di ampliare ciò che era possibile fare.
È stata una spinta straordinaria.
Ha prodotto scoperte scientifiche, innovazioni tecnologiche, nuove cure e possibilità che le generazioni precedenti non avrebbero potuto immaginare.
Ma più aumenta la nostra capacità di intervenire sulla realtà, più aumenta anche la responsabilità associata alle nostre decisioni.
Il futuro ci chiederà quindi non soltanto:
“Che cosa possiamo fare?”
Ma anche:
“Che cosa dovremmo fare?”
E ancora:
“Quali conseguenze avrà ciò che scegliamo di fare?”
Questa potrebbe essere una delle grandi questioni della civiltà futura.
La centralità della persona
In un mondo nel quale sistemi e tecnologie diventeranno sempre più complessi, la persona non dovrebbe diventare un elemento secondario.
Al contrario, dovrebbe rimanere il punto di riferimento.
La tecnologia dovrebbe essere valutata anche in relazione alla sua capacità di migliorare la vita delle persone.
L’innovazione dovrebbe essere accompagnata dalla responsabilità.
La crescita dovrebbe essere collegata alla dignità.
L’efficienza dovrebbe poter convivere con la cura.
La trasformazione dovrebbe mantenere uno spazio per l’ascolto.
Non si tratta di rifiutare il futuro.
Si tratta di entrarvi senza perdere il senso di ciò che rende il futuro degno di essere vissuto.
Una nuova idea di progresso
Forse il futuro ci costringerà a ripensare il concetto stesso di progresso.
Per molto tempo abbiamo misurato il progresso attraverso ciò che riuscivamo a produrre, conquistare e trasformare.
Domani potremmo essere chiamati a misurarlo anche attraverso la qualità delle relazioni che saremo capaci di costruire.
Non soltanto quanto sappiamo.
Ma quanto sappiamo comprendere.
Non soltanto quanto siamo connessi.
Ma quanto siamo capaci di entrare realmente in relazione.
Non soltanto quanto possiamo produrre.
Ma quanto siamo capaci di prenderci cura.
Non soltanto quanto possiamo vivere più a lungo.
Ma quale qualità riusciamo ad attribuire alla vita.
Questa non è una sostituzione dei criteri tradizionali del progresso.
È un loro possibile ampliamento.
La Diplomazia dei Sentimenti davanti al futuro
È in questo spazio che la Diplomazia dei Sentimenti può proiettare la propria riflessione.
Non come previsione di ciò che accadrà.
Non come soluzione tecnologica.
Non come modello politico.
Ma come paradigma culturale attraverso il quale continuare a interrogarsi sull’essere umano e sulle sue relazioni.
Se il futuro sarà caratterizzato da strumenti sempre più potenti, diventerà ancora più importante chiedersi quale rapporto vogliamo costruire tra potere e responsabilità.
Se la comunicazione diventerà ancora più immediata, diventerà ancora più importante preservare l’ascolto.
Se le tecnologie permetteranno di superare nuove distanze, diventerà ancora più importante non dimenticare la prossimità umana.
Se le comunità saranno sempre più interconnesse, diventerà ancora più importante riconoscere le differenze senza trasformarle automaticamente in divisioni.
La Diplomazia dei Sentimenti parte proprio da questa attenzione alla persona e alla relazione.
Dalla civiltà della prestazione alla civiltà della relazione?
Forse una delle grandi domande del futuro sarà questa.
Abbiamo costruito una società nella quale spesso il valore viene associato alla prestazione, alla produttività, alla velocità e alla capacità di raggiungere risultati.
Ma l’essere umano non coincide con ciò che produce.
Una persona conserva il proprio valore anche quando non produce.
Quando è fragile.
Quando è malata.
Quando è anziana.
Quando attraversa una difficoltà.
Quando semplicemente ha bisogno di qualcuno che la ascolti.
Una civiltà capace di riconoscere questo principio potrebbe essere una civiltà nella quale la persona non viene valutata soltanto per la propria utilità.
Ed è qui che la cultura della relazione, sviluppata nel terzo saggio, incontra la domanda sul futuro.
Il futuro dell’essere umano sarà anche una scelta culturale
Nessuno può sapere esattamente quale sarà il mondo tra cinquanta o cento anni.
Possiamo immaginare scenari.
Possiamo progettare.
Possiamo prevedere alcune trasformazioni.
Ma non possiamo conoscere interamente il futuro.
Possiamo però scegliere alcuni principi con i quali affrontarlo.
Possiamo scegliere se considerare la tecnologia un fine o uno strumento.
Possiamo scegliere se privilegiare soltanto la velocità o lasciare spazio anche alla profondità.
Possiamo scegliere se considerare la diversità una ricchezza o una minaccia.
Possiamo scegliere se costruire comunità fondate sulla diffidenza o sulla fiducia.
Possiamo scegliere se mettere la persona al centro delle trasformazioni oppure lasciare che siano le trasformazioni a determinare il valore della persona.
In questo senso, il futuro è anche una questione culturale.
Quale essere umano vogliamo portare nel futuro? – l’essere umano del futuro
Arriviamo così alla domanda dalla quale siamo partiti.
Quale essere umano entrerà nel futuro?
Un essere umano più potente?
Probabilmente sì.
Più tecnologicamente capace?
È possibile.
Più connesso?
Molto probabilmente.
Ma tutto questo non sarà sufficiente.
La vera domanda sarà se sapremo conservare e sviluppare anche la capacità di riconoscere l’altro.
Di ascoltare.
Di prenderci cura.
Di costruire fiducia.
Di convivere con le differenze.
Di assumere responsabilità.
Di trasformare il progresso in qualcosa che non aumenti soltanto le nostre possibilità, ma anche la qualità della nostra vita comune.
Una civiltà ancora da costruire
Forse non dobbiamo immaginare il futuro come un luogo nel quale arrivare.
Possiamo considerarlo come una civiltà che stiamo già iniziando a costruire.
Ogni generazione consegna qualcosa alla successiva.
Consegna strumenti, conoscenze, istituzioni, città, memoria e cultura.
Ma consegna anche un modo di stare insieme.
E questa eredità non è meno importante delle innovazioni tecnologiche.
Perché una civiltà non è fatta soltanto di ciò che costruisce.
È fatta anche del modo in cui tratta le persone che la compongono.
La domanda rimane aperta – l’essere umano del futuro
La Diplomazia dei Sentimenti non pretende di dare una risposta definitiva alla domanda sul futuro dell’essere umano.
Può però contribuire a mantenerla aperta.
Perché forse una società cresce davvero quando non smette di interrogarsi sull’uomo.
Sul suo valore.
Sulla sua dignità.
Sulla sua libertà.
Sulla sua capacità di entrare in relazione.
Sulla responsabilità che ha nei confronti degli altri e delle generazioni che verranno.
Il futuro, in fondo, non è soltanto ciò che troveremo.
È anche ciò che lasceremo.
E ciò che lasceremo dipenderà non soltanto dalle tecnologie che avremo costruito, ma dalle relazioni che avremo saputo coltivare.
La conclusione della miniserie – l’essere umano del futuro
Con questo quarto saggio si conclude la miniserie “L’essere umano nel tempo”.
Quattro riflessioni che hanno seguito un unico percorso:
da dove veniamo;
chi siamo nel presente;
come la relazione può diventare cultura;
quale essere umano possiamo portare nel futuro.
Non abbiamo cercato una risposta definitiva.
Abbiamo cercato di seguire una domanda.
Una domanda che attraversa la storia dell’umanità e che, probabilmente, continuerà ad accompagnarla:
che cosa significa essere umani?
La Diplomazia dei Sentimenti propone di osservare questa domanda anche attraverso la relazione.
Perché l’essere umano non è soltanto ciò che pensa, ciò che possiede o ciò che produce.
È anche ciò che riesce a riconoscere nell’altro.
È la capacità di ascoltare.
È la possibilità di prendersi cura.
È la responsabilità di costruire relazioni.
È la capacità di trasformare quelle relazioni in comunità e quelle comunità in cultura.
Forse il futuro non ci chiederà soltanto di andare più lontano.
Ci chiederà di comprendere meglio chi siamo mentre andiamo avanti.
E forse il vero progresso sarà quello che riuscirà a tenere insieme due dimensioni che troppo spesso abbiamo considerato separate:
la capacità di trasformare il mondo e la capacità di non perdere l’umanità mentre lo trasformiamo.
Con questa riflessione si conclude la miniserie “L’essere umano nel tempo”.
Ma la domanda dalla quale siamo partiti rimane aperta.
Perché il futuro dell’essere umano non è ancora scritto.
È anche nelle relazioni che scegliamo di costruire oggi.
Fine della miniserie.
“Individuo e Comunità: le due anime della Diplomazia dei Sentimenti”
“Dall’individuo alla comunità: quando la relazione diventa cultura”
“Carta dei Valori della Diplomazia dei Sentimenti”

