Ci sarà un giudice a Berlino: la riforma della giustizia spiegata da un magistrato
Intervista al Procuratore Aggiunto di Bari Ciro Angelillis su separazione delle carriere, CSM e indipendenza della magistratura
L’intervista che segue nasce da un incontro diretto e da un confronto costruito con l’obiettivo di offrire ai lettori strumenti di comprensione su uno dei temi più delicati e divisivi del dibattito pubblico contemporaneo: la riforma della giustizia e le sue conseguenze sull’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Nel corso di un dialogo approfondito, ho incontrato Ciro Angelillis, procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Bari, per analizzare i contenuti della riforma andando oltre le semplificazioni e le contrapposizioni ideologiche che spesso caratterizzano il racconto mediatico di questi temi.
Il confronto è stato impostato su un piano dichiaratamente analitico. Le domande hanno seguito un percorso progressivo, pensato per accompagnare l’intervistato nella spiegazione dei principali snodi della riforma — dalla separazione delle carriere al nuovo assetto del Consiglio Superiore della Magistratura, fino all’ipotesi di istituzione dell’Alta Corte di giustizia — con particolare attenzione alle ricadute concrete per i cittadini.
In questo contesto, il mio ruolo è stato quello di guidare la discussione, sollecitando chiarimenti sui passaggi più complessi e favorendo una narrazione accessibile anche a chi non è un operatore del diritto, senza rinunciare alla precisione e al rigore dei contenuti.
L’intervistato espone in modo trasparente una posizione critica nei confronti della riforma. Una scelta dichiarata fin dall’inizio dell’incontro, che consente al lettore di collocare correttamente le argomentazioni proposte e di confrontarle, in piena autonomia, con altre analisi e punti di vista.
Questa intervista non ha l’ambizione di fornire risposte definitive, ma di contribuire a un dibattito informato, restituendo complessità a una materia che incide direttamente sul funzionamento della giustizia e sulla qualità della democrazia.
Riforma della giustizia: introduzione e premessa
Dottor Angelillis, il dibattito pubblico sulla riforma della giustizia è spesso molto acceso ma poco chiaro. Dal suo punto di vista di magistrato, qual è l’errore principale con cui questa riforma viene raccontata ai cittadini e da dove ritiene sia necessario partire per comprenderla davvero, prima ancora di esprimere un giudizio?
Riforma della giustizia e separazione delle carriere: che cosa cambia davvero
Prima di entrare nel merito della riforma della giustizia su cui i cittadini saranno chiamati a votare con il referendum del 22 e 23 marzo, è necessaria una premessa.
Il principale problema della cosiddetta riforma Nordio è il suo forte tecnicismo. Si tratta di una materia complessa, difficile da comprendere per chi non opera quotidianamente nel mondo del diritto. Proprio per questo, chi lavora nella giustizia ha un dovere sociale: spiegare la riforma in modo chiaro, comprensibile e onesto.
Le conseguenze di questa riforma non riguardano solo i magistrati, ma tutti i cittadini, perché incidono sul funzionamento della giustizia e sull’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Purtroppo, il dibattito pubblico — soprattutto televisivo — è spesso ridotto a uno scontro ideologico tra politica e magistratura. Questo approccio non aiuta a capire: trasforma una riforma costituzionale in una sorta di tifoseria, dove si vota “pro” o “contro” la magistratura. È un errore.
La riforma non è un regolamento di conti né un sondaggio di gradimento. Va valutata per ciò che cambia concretamente nel sistema di giustizia.
Per correttezza, è giusto chiarire fin da subito la posizione di chi parla: sono contrario alla riforma e sostengo il NO. Le ragioni di questa scelta verranno spiegate, lasciando poi a ciascun cittadino la libertà di formarsi un’opinione consapevole.
1. La separazione delle carriere: che cosa cambia davvero
Il primo punto centrale della riforma riguarda la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.
Oggi la Costituzione, all’articolo 104, afferma che:
La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere.
Non distingue tra giudici e pubblici ministeri: entrambi fanno parte dello stesso ordine, pur svolgendo funzioni diverse.
La riforma propone invece di modificare questo articolo, introducendo due carriere separate:
- magistrati giudicanti (i giudici),
- magistrati requirenti (i pubblici ministeri).
Che ruolo ha oggi il pubblico ministero?
- coordina le indagini,
- dirige la polizia giudiziaria,
- decide se chiedere l’archiviazione o il rinvio a giudizio,
- nel processo sostiene l’accusa davanti al giudice.
Ma, ed è un punto fondamentale, non deve cercare la condanna a ogni costo.
La legge gli impone di cercare anche gli elementi a favore dell’indagato. Se non lo fa, commette un illecito.
Questo perché pubblico ministero e giudice condividono la stessa cultura della giurisdizione: entrambi hanno come obiettivo l’accertamento della verità.
Perché la metafora della “partita di calcio” è sbagliata
I sostenitori del SÌ spesso dicono: “Non è giusto che arbitro e una delle squadre indossino la stessa maglia”.
Ma questa metafora è fuorviante.
Il pubblico ministero non è un avvocato privato che difende un interesse di parte. È il procuratore della Repubblica, cioè il rappresentante dell’interesse collettivo.
Il difensore tutela esclusivamente l’interesse del proprio assistito, qualunque esso sia. Il pubblico ministero no.
Separare le carriere significa trasformare il pubblico ministero in un “avvocato dell’accusa”, molto vicino alla polizia, secondo un modello simile a quello statunitense.
Il rischio è grave: si perde la cultura della giurisdizione e si avvicina il pubblico ministero a una logica di polizia, con un processo più conflittuale e meno orientato alla ricerca della verità.
2. Riforma della giustizia e Consiglio Superiore della Magistratura
Nei sistemi democratici moderni vige la separazione dei poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario.
Il potere giudiziario ha una funzione essenziale: controllare che le leggi rispettino i diritti fondamentali.
Per questo la Costituzione garantisce l’autonomia della magistratura attraverso il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), organo di autogoverno.
Com’è oggi il CSM
- 20 membri togati (eletti dai magistrati)
- 10 membri laici (eletti dal Parlamento)
Cosa prevede la riforma
- Due CSM distinti: uno per i giudici, uno per i pubblici ministeri
- Membri togati scelti tramite sorteggio
- Membri laici scelti dal Parlamento, con un sorteggio “temperato”
3. Riforma della giustizia e Alta Corte di giustizia
Oggi i procedimenti disciplinari dei magistrati sono gestiti dal CSM.
La riforma introduce una Alta Corte di giustizia, esterna al CSM, con:
- giudici sorteggiati,
- membri laici nominati dal Parlamento.
Il pericolo è evidente:
un giudice che teme sanzioni disciplinari potrebbe non sentirsi più libero di decidere, soprattutto quando si trova davanti persone potenti o interessi forti.
Considerazione finale – Ci sarà un giudice a Berlino
La celebre leggenda del giudice di Berlino racconta di un magistrato che diede ragione a un semplice cittadino contro il re.
È il simbolo di un principio fondamentale: anche il potere ha dei limiti.
Nel corso della storia è naturale che chi esercita il potere legislativo tenti di ridurre l’autonomia di chi lo controlla. Secondo questa analisi, la riforma va proprio in questa direzione.
Questa riforma cambia la vita dei magistrati?
No. Continueranno a lavorare e a percepire lo stesso stipendio.
Riforma della giustizia e indipendenza della magistratura: le conseguenze per i cittadini
Sì.
Perché senza un giudice davvero autonomo e indipendente, il cittadino — soprattutto quello più debole — rischia di non essere più pienamente tutelato di fronte ai potenti.


